È opinione diffusa che per cambiare ciò che non ci piace nella vita bisogna fare qualcosa. Fare per essere amati, per essere pagati di più, per essere più bravi, più magri, più belli, come se solo nel costruire, nell’aggiungere ci fosse la possibilità dell’essere umano di migliorarsi, di essere felice. Non si può dire che il principio sia sbagliato, ma forse si può chiarire, una volta per tutte, che prima del fare bisogna concentrarsi tanto sul perché.

Monica Lasaponara l’ha fatto. Ha passato gli ultimi quattro anni della sua vita a cercare il suo perché, e a scoprire che ci possono essere svariati perché, che si riveleranno tutti sbagliati fino a che non troveremo quello che spiega tutto, che fa quadrare tutte le nostre verità, quello che giustifica tutti gli errori fatti fino ad allora.  Monica ha imparato e ha inventato sulla sua esperienza, il suo nuovo mestiere: Escape Coach, coach della fuga. Perché è importante, prima di fuggire via dobbiamo conoscere cosa ci tiene prigioniere.

“Anche a me è successo di voler fuggire… dal posto in cui lavoravo, dal modo in cui ero obbligata a farlo, dai miei colleghi, da me che facevo quel lavoro. In quei giorni la soluzione a tutte le domande sembrava solo una: essere libera. E così, credendo che la libertà fosse ovunque, fuorché in quell’ufficio, mi sono licenziata. E con le mie competenze mi sono riciclata come consulente indipendente nella stessa materia. Per ritrovarmi però di lì a poco nella stessa barca. Stessi orari, stesso clima stressato, stessa tristezza; avevo sbagliato via di fuga. La libertà non stava fuori da un ufficio, ma da qualche parte dentro di me, solo che dovevo trovarla.”

E così con il coraggio di chi non ha scelta, Monica ha continuato, si è anche avvicinata alla formazione per coach senza mai intraprenderla. “Non volevo studiare come coach generico, tra l’altro ci volevano molti soldi, e sapevo che volevo usare la mia esperienza nel marketing in una maniera nuova, più bella.” Mentre cercava il suo perché, ha iniziato a collaborare con un Centro Antiviolenza a Roma, sia perché aveva bisogno di uno stipendio, sia perché sentiva forte la vocazione ad aiutare e sostenere le donne prigioniere della paura. E lì qualcosa è cambiato.

“È stato uno di quegli eventi che hanno fatto sterzare decisamente il mio cammino. Rispondevo al telefono e sentivo le storie di queste donne ricattate economicamente e psicologicamente, anche per tutta la notte, e pensavo che le avrei volute salvare tutte. Sapevo farlo, sapevo sostenerle, ma poi, dovevano trovare la forza di fare da sole.”

Le notti passavano e Monica prendeva atto che era quello il mestiere che voleva fare: sostenere chi decide di cambiare vita. Per otto mesi ha seguito on line un corso di coaching al True Purpose Institute, durante il quale ha studiato e rafforzato la sua convinzione. “In quel tempo ho fisicamente e spiritualmente lasciato andare. Ho lasciato andare le mie vecchie abitudini, le necessità che credevo fondamentali, le consolazioni che tutti ci permettiamo quando siamo come criceti nella ruota, andare a cena fuori o comprare un paio di scarpe nuove, non avevano più alcun effetto su di me.”

Da due anni Monica ha un sito, un ufficio e degli appuntamenti durante i quali, come una carbonara, ascolta i sussurri di chi vuole fuggire dal suo ufficio ma non ha il coraggio di fare un passo. Li fa parlare e poi come un’ammaliatrice propone un appuntamento, gli fa coraggio e li ascolta. “Non propongo mai di lasciare un lavoro se prima non abbiamo trovato un’idea alternativa concreta. È fondamentale all’inizio uscire dall’ottica del lavoro fisso, della pensione a settant’anni, della tranquillità deresponsabilizzata. Se vogliamo cambiare veramente, dobbiamo innanzitutto lavorare su noi stessi. Ci vuole sacrificio, bisogna sacrificare parti di noi che non ci corrispondono più e fare spazio al nuovo che c’è in noi. Rinunciare per esempio alla dipendenza economica che molti, ancora a quaranta anni, hanno nei confronti dei genitori, e accettare il rischio che se vogliamo essere grandi dobbiamo assumerci la responsabilità di credere in noi stessi.”

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